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Esplosioni di luce
Chernobyl Herbarium

Anaïs Tondeur
16 giu. – 14 ott. 2022

 

Linum usitatissimum

Comandra umbellata santalaceae

Dolichos pruriens

Chernobyl Herbarium è un progetto in itinere, un erbario rayografico con il quale cerco di svelare, tramite la materia stessa delle fotografie, le stigmate dell’esplosione nucleare sui corpi delle piante di Chernobyl.
L’erbario si compone di un rayogramma per ogni anno dall’esplosione, generati dall’impronta diretta su lastre fotosensibili di specie vegetali cresciute nei terreni radioattivi della Zona di Esclusione. Nel tentativo di creare uno spazio in cui le piante possano avere voce, o almeno presenza, ho incrociato la traiettoria del filosofo Michael Marder, autore di Plant Thinking, anch’egli contaminato dall’esplosione del reattore nel 1986. Insieme, stiamo cercando di pensare, significare e simbolizzare, per quanto impensabile e irrappresentabile, l’evento e la frammentazione della coscienza che questo ha generato, coltivando un altro, possibile, modo di vivere, più in sintonia con l’ambiente.

Anaïs Tondeur


Alcune immagini di Chernobyl Herbarium di Anaïs Tondeur sono esplosioni di luce, altre sono dolcemente incandescenti, respirano fragili e incerte. Le tracce dell’esplosione, di fatto, evocano le eruzioni vulcaniche notturne, la lava bollente che erompe dalle profondità della terra. Pur supponendo che non si tratti di vere e proprie tracce di radiazioni (che gli esemplari dell’erbario hanno ricevuto dagli isotopi di cesio-137 e stronzio-90 mescolati al suolo della zona di esclusione) che attraversano ed emergono fulgide dal contatto delle piante con la carta fotosensibile, le opere così create non possono che rimandarci a uno spazio e un tempo fuori dalla cornice, in cui il Linum usitatissimum è germinato, cresciuto e fiorito.
Le immagini sono le registrazioni visibili di una calamità invisibile, incisioni catturate sulla soglia dello sguardo dal potere dell’arte. La traduzione letterale dal greco della tecnica qui usata, fotogramma, è linea di luce. Non una fotografia, una scrittura di luce, bensì un fotogramma, le cui linee hanno catturato, su carta fotosensibile, la presenza dell’oggetto. Nella scrittura, una linea è già troppo idealizzata, troppo carica di significato, sovraccarica di senso, quasi immateriale. In una fotografia, l’impronta della luce è assai più lontana dall’essere che l’ha emessa o riflessa rispetto al fotogramma, in cui, in assenza della macchina fotografica, la linea può essere se stessa, può lasciare traccia di sé al di fuori del sistema di significati codificati e mediazioni meccaniche. La grammé di un fotogramma si impone da vicino. Toccando… resiste: impressa, incisa, inscritta, l’energia che ha trasportato viene insieme riflessa (o rifratta) e assorbita. Proprio come le radiazioni, assorbite indifferentemente da tutto e tutti sul loro cammino – suolo, edifici, piante, animali, uomini –, e tuttavia impossibili da contenere in una qualsiasi entità singola il cui arco temporale inevitabilmente travalicano. Grazie alla sua pratica estetica, Tondeur fa detonare e dunque rilascia le esplosioni di luce intrappolate nelle piante, le cui linee disperse attraversano i fotogrammi in ogni direzione. Libera tracce luminescenti senza violenza, schivando la reiterazione del primo evento invisibile di Chernobyl e, allo stesso tempo, catturandone frammenti. Liberazione e preservazione; preservazione, memoria, e liberazione: per grazia dell’arte.

Michael Marder



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Comunicato stampa