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Ápeiron

Dimitra Dede

 

28 ott. 2021 – 28 gen. 2022

A lungo si è creduto, o si è voluto credere, che il ruolo dei fotografi fosse quello di riprodurre il mondo, per testimoniarne gli sconvolgimenti, la sua bellezza, la sua evoluzione. Del resto, la maggior parte di quelli che producono immagini sono stati complici dello sviluppo di questa ingenuità collettiva, completamente irrazionale, che ha più a che fare con un’idolatria per le icone che con la valutazione oggettiva dei fatti. È proprio su quest’oggettività – non a caso mai dimostrata – che si sarebbe fondata una “verità” fotografica, che la stampa ha globalmente diffuso e imposto. Ma oggi, da quando miliardi di persone producono con i loro cellulari ciò che ritengono essere fotografie, tale visione è stata completamente scardinata, dando origine ad una nuova pratica e percezione delle immagini.

Più ragionevolmente, e grazie all’affermazione – audace anche venticinque anni fa – che la pratica fotografica produca un punto di vista assolutamente soggettivo capace di coniugare una percezione personale del mondo con la possibilità di dare forma alle emozioni, per condividerle, i tempi sono davvero cambiati. È evidente che la fotografia ponga domande più che offrire risposte. E i fotografi hanno finalmente potuto affermare la loro visione senza più cercare scuse.

Dimitra Dede appartiene senza dubbio a quei fotografi che utilizzano il mondo, sperimentandone la materialità, per produrre immagini che esprimano i loro sentimenti e che nascono da una profonda necessità. Nel suo caso, si tratta di un universo buio che la luce scolpisce fino al minimo dettaglio, catturando nel nero i grani d’argento, facendo vibrare i grigi profondi, accarezzando con dolcezza curve e linee. In questa fotografia, una mano, un corpo, un ghiacciaio, un sesso femminile, delle nuvole, un volto, un albero, un corpo o una roccia si equivalgono. Pretesti per formare immagini, per provocarle, per generarle.
Dimitra Dede le tratta come materia prima che lei lavora, graffia, trasforma, muta e stravolge per raggiungere un mondo che esiste solo nell’immagine, un mondo fluttuante ancorato ad un reale già dissolto. Il tempo si è fermato, o eternizzato, non sappiamo, tanto strettamente fotografico da non aver più nulla a che vedere con quello dei nostri orologi. I ghiacciai diventano trame di pieghe, tra tessuto e carne, gli sguardi, quando ci sono, affiorano da una nebulosa, tra il corpo e le rocce l’osmosi è prossima.

Vi è qui un’altra definizione di fotografia. Quella di artisti che cercano nel mondo reale corrispondenze con il loro mondo interiore, con le loro emozioni, dolori o felicità di un istante. Senza mai nascondersi dietro la pretesa di un’illusoria “oggettività”. Un bel modo – anche se a volte può apparire scomodo – per dire “io”.

Christian Caujolle

comunicato stampa